«Keith Haring: alle origini della Street Art con il gessetto in mano»

Keith Haring è vissuto soli trentun anni. Trentun anni son pochi, ma il ragazzo di Kutztown – Pennsylvania centrale – li ha sfruttati bene.          Tanto bene da far conoscere e amare la sua arte in gran parte del mondo.

Dieci di questi anni gli ha usati per plasmare il suo stile e definire il suo linguaggio, creando un estetica personale ed inconfondibile. Un decennio centrale per la sua carriera, in cui si è consacrato come uno degli artisti più rappresentativi della sua generazione:

erano gli anni ’80 e tutto non può che incominciare da qui!

È difficile infatti pensare a Keith Haring senza contemporaneamente pensare agli anni ottanta. Così come è difficile immaginare l’estetica dell’arte di quella decade senza che dalla memoria arrivi quasi automaticamente qualche immagine, anche sfuocata, delle sue figure colorate, semplici e dinoccolate.

Keith si trasferisce a New York nel 1978: il posto giusto al momento giusto!

Ha appena vent’anni ma già sulle spalle l’esperienza di un viaggio da backpaker lungo gli Stati Uniti – voleva vedere da vicino, di città in città, le opere della scena artistica americana contemporanea.

Ha anche già intrapreso e abbandonato un percorso universitario all’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh, in grafica pubblicitaria.

Ma è proprio nella New York della seconda metà degli anni settanta, dove va a studiare alla School of Visual Art, che si esprime con un intensità sempre maggiore il fenomeno artistico del graffitismo.

Un fenomeno che cresce spontaneamente come elemento della controcultura giovanile, in contemporanea al diffondersi della musica Hip Hop. Allo stato originario si trattava della riproduzione di Tags o della scrittura di messaggi acuti e taglienti da parte dei Writers in diversi luoghi della città. keith haring è lo street artist migliore.

Artisti come TAKI 183, Stay High 149, Phase 2, Super Kool 223 e Tracy 168 avevano già invaso con le loro firme i quartieri di Harlem, South Bronx e Washington Heights e Brooklyn, e il “5 pointz”, il complesso industriale abbandonato di Long Island City, nel quartiere Queens, iniziava a essere conosciuto come “il paradiso dei writer”.

Ancora prima, per di più, si era affermata la Pop Art che negli anni sessanta e settanta  trovato la sua culla naturale nella città, dove viveva uno dei suoi proagonsti indiscussi – Andy Warhol.

Gli artisti pop usavano spesso come soggetti delle loro opere oggetti d’uso comune, personaggi noti e prodotti commerciali – soggetti attinti dall’universo della vita quotidiana – per questo riconoscibili da tutti, indipendentemente dal ceto sociale, cultura di riferimento e grado di educazione artistica. La familiarità trasversale dei soggetti che rappresentava, faceva della Pop Art un arte popolare o, per meglio dire, di massa.

Bene, quanto c’entra tutto questo con Keith Harring ??

Abbastanza! Keith Haring cattura i tratti fondamentali della Street Art e della Pop Art per fonderli assieme. Prende l’arte pop dagli atelier e la porta in strada – nei sotterranei della metropolitana ancora prima!

Non solo, è anche in grado di innovare i canoni sia della Street art – basata allora solo sul graffitismo – che della Pop art, portando entrambi i linguaggi espressivi su un nuovo livello, creando qualcosa di mai visto e inconfondibile!

Non dissemina per la città scritte del suo pseudonimo, come fanno i writers, e la sua ricerca artistica non è incentrata sullo studio della lettera o sul perfezionamento della grafia.

Porta invece in strada rappresentazioni stilizzate di uomini e animali senza volto né espressioni!

Queste figure hanno, allo stesso tempo, qualcosa in più dei soggetti tipici della pop art: non solo sono perfettamente riconoscibili perché rappresentano qualcosa di noto a tutti – proprio come Marilyn Monroe o la “zuppa di pomodoro Campbells” per intenderci ma in più sono creature che non hanno un’identità definita, figure perciò, in cui chiunque si può identificare. Keith Haring street art.

La sua pittura è infatti simbolica: quando Haring raffigura un uomo, non vuole rappresentare “quell’uomo nello specifico”, ma usando la stilizzazione della sua figura, vuole comprendervi l’umanità intera, così che, in realtà, qualsiasi persona possa immedesimarsi e sentirsi come quell’uomo disegnato sul muro.

La sua arte così lascia da parte l’obiettivo di essere popolare e intraprende quello di essere universale, perfettamente in linea con quella che era la sua filosofia di pensiero: Keith Haring è pienamente convinto che l’arte debba essere messa a disposizione di tutti, diffusa e condivisa per la città in modo da poter essere fruibile da chiunque.

Per questo una volta a New York decide di portare la sua arte in strada.

Inizia dai sotterranei della metropolitana e in un modo ancora una volta geniale per la sua essenzialità!

Usa solamente un gessetto bianco, di quelli che si usano a scuola, e disegna le sue figure sui fogli di carta lavagna nera che venivano attaccati nei tabelloni pubblicitari per coprire gli annunci scaduti, prima che ne venissero attaccati dei nuovi.

Il tutto, ovviamente, nel pieno dell’illegalità, con pochissimi minuti a disposizione e tra una fuga e l’altra dai poliziotti, pronti ad arrestarlo – cosa che accadde più volte.

Il suo fare agli inizi degli anni ottanta era compulsivo e incessante, si alzava dal letto la mattina e si buttava in città a disegnare tra una stazione della metro e l’altra, si racconta riuscisse a disegnare una media di quaranta tabelloni al giorno. I suoi «subway drawings» diventarono così conosciuti in tutta la città e i newyorkesi iniziarono ad apprezzarlo ed a restare molto incuriositi nel vederlo all’opera durante l’attesa della metro.

 

«le mie immagini, proprio perchè hanno a che vedere con parole e idee umane molto semplici e comuni,

sono molto universali, vogliono essere molto universali, ed essere comunicative in modo universale»

K.Haring

Haring cerca l’universalità anche attraverso i concetti di cui tratta nelle sue opere, affrontando temi ancestrali e primigeni della natura umana: la nascita, la morte, la maternità, l’amore, il sesso e la guerra. Riesce però allo stesso tempo ad essere un artista politico perfettamente a tempo con la realtà che lo circonda. Capace di uno sguardo lucido e critico sulla società americana degli anni ottanta e di prendere posizione su alcuni temi fondamentali.

Esprime infatti nelle sue opere il disprezzo per lo strapotere del denaro, la preoccupazione, già ai suoi tempi, per una eccessiva informatizzazione della vita quotidiana, la denuncia nei confronti della manipolazione del pensiero esercitata dai sistemi di comunicazione di massa e la sua opposizione alle guerre.

Si schiera contro la diffusione dell’utilizzo del Crack come nuova droga dei poveri, dipingendo vari famosi murales con la scritta “Crack is Wack”, e propone una visione libera della sessualità, schierandosi contro ogni tipo di pregiudizio.

   

Keith Haring è senza dubbio un artista da approfondire, proprio perché ad un primo sguardo distratto le sue opere possono apparire sempliciotte o solo, banalmente, simpatiche. Stando più attenti invece, si capisce che tutto il suo operato può essere letto a più livelli e che la profondità della visione artistica e del mondo che traspare dalle sue creazioni è stata una testimonianza importantissima per il mondo delle arti e della comunicazione.

É forse per questa ingannevole semplicità apparente che in vita la sua arte è stata vista più come fenomeno mediatico che come fenomeno artistico, questo anche per via del grande successo che ottenne nella seconda metà degli anni ottanta, ma soprattutto per i modi in cui usava promuovere la sua arte.

Non solo disegnava nelle metropolitane, nei treni o nei muri della città, ma pensò di realizzare un video animato delle sue rappresentazioni che andò in onda ininterrottamente per un mese in un maxi schermo pubblicitario di Times Square.

Si spostava in varie parti del mondo per farsi conoscere e realizzare i suoi murales, spesso a scopo di beneficenza.

Ma molto ha contribuito il suo stile di vita mondano che gli ha consentito di farsi le giuste conoscenze nell’ambiente giovanile e artistico di New York. Nelle numerose feste a cui adorava partecipare, promuoveva la sua arte anche attraverso il body painting.

Proprio in uno di questi parties ha conosciuto Andy Warhol, che già da prima, in realtà, aveva notato il suo talento e che poi lo sostenne e lo incoraggiò a rappresentare le sue creazioni anche su tela. I due collaborarono diverse volte, prima della morte di Warhol nel 1987.

Keith Haring, insomma, sapeva bene come farsi pubblicità, e l’apice della sua popolarità lo raggiunse dopo aver fondato il suo Shop personale, il Pop Shop. Non un normale atelier, come tradizionalmente si intendeva, dove vendeva le sue opere, ma un negozio dove in più si vendevano gadgets – ancora oggi famosissimi – arricchiti e decorati con le sue opere.

Questo aspetto commerciale del suo progetto non deve però trarre l’inganno di valutarlo come un artista leggero o banale. La mostra che si è tenuta nel 2017 al Palazzo Reale di Milano ci ha mostrato invece il collegamento che esiste tra le sue opere e quelle dei più grandi maestri dell’arte a cui si è ispirato per creare il suo inconfondibile stile: dall’arte tribale ed etnografica a quella del rinascimento italiano. Dalle maschere delle culture del Pacifico sino all’arte del Novecento di Pollock e Paul Klee: molta della storia del linguaggio dell’arte è presente e racchiusa nella sintesi narrativa propria di questo artista

Keith Haring è morto nel 1991, a trentun anni, di una malattia guarda caso emblematica degli anni ottanta, l’AIDS. Gli dobbiamo tanto per l’evoluzione della Street Art e per la sua diffusione in tutto il mondo.

Se vuoi approfondire ancora, ti lascio il link ufficiale della Keith Haring foundation, ci troverai molti documenti e tante immagini delle sue opere, anche le meno conosciute: http://www.haring.com/

E tu, cosa ne pensi di K. Haring? Fammelo sapere nei commenti!

P.s.: Clicca qui per leggere altri articoli di ScreamArt! 🙂

By | 2019-01-03T18:34:21+02:00 Gennaio 2nd, 2019|Street Art|0 Comments

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