«Michelangelo e la Cappella Sistina: una storia di fatiche e contrasti»

Laffresco della volta della Cappella Sistina di Michelangelo è senza dubbio una delle opere d’arte più famose al mondo. Sia sull’opera che sull’autore esiste una letteratura vastissima, anche grazie ai tanti scritti e memorie che Michelangelo ha lasciato.

Personalmente, quando mi trovo di fronte a qualcosa di veramente bello, mi viene difficile avventurarmi in qualsiasi descrizione e tutto ciò che mi va di fare è semplicemente guardare. Da guardare, nell’affresco di Michelangelo, ce ne sarebbe per ore. In silenzio. Immobili e allo stesso tempo vertiginosamente  rapiti dalla folla di figure sgargianti che popolano il soffitto sopra la nostra testa.

Sull’opera basterebbe citare quanto scrisse Goethe per comprendere tutto ciò che su essa è dicibile: «Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un’idea di cosa un solo uomo sia in grado di ottenere» perché l’affresco della volta della Cappella Sistina rappresenta veramente uno degli apici dell’espressione creativa della nostra specie.

Ma sulla storia di come lo scultore di Caprese arrivò a Roma e incontrò sul suo percorso le pareti che più di tutti i blocchi di marmo che avesse mai scolpito lo fecero dannare e che poi lo resero eterno anche nell’arte della pittura, qualcosa di curioso da raccontare c’è.

Quando Michelangelo finì di affrescare la volta della Cappella Sistina era già un uomo di 36 anni, era l’autunno dell’anno 1512 e gli servì d’aiuto racimolare tutta la forza d’animo che era nel suo carattere per ultimare quest’opera colossale, senza pari al mondo. Passò quattro anni della sua vita a pitturare sotto la volta del «granaio». Così osò definire la Cappella Sistina di fronte al Papa Giulio II quando gli commissionò l’opera. Quattro anni trascorsi sopra un ponteggio a 20 metri d’altezza, col capo incessantemente inclinato verso il soffitto e la schiena ricurva all’indietro, aiutato dalla luce appena accennata dalle candele a stoppino.

Furono gli anni più rovinosi per la sua salute e ne portò le conseguenze sul corpo per il resto della vita. Ma ancor di più, come si legge nelle lettere scritte al padre Ludovico e al fratello Buonarroto, furono per lui anni molto difficili psicologicamente. Passati a sfidare con la pazienza che hanno solo i tenaci la vastità della volta, lunga più di 40 metri. Da solo, mal nutrito e abbandonato senza fondi dal suo mecenate per un anno intero.                                                         

«Io stento più che uomo che fussi mai, mal sano e chon                       grandissima faticha; e pure ò patienza per ven                                         al fine desiderato»

Michelagniolo scultore in Roma.A Buonarroto di Lodovicho Simoni in Firenze

 Però, quella tra Michelangelo Buonarroti e la Cappella Sistina è anche la storia della più grande volta mai affrescata al mondo da un uomo solo. Solo come fu Michelangelo, dopo aver capito che non poteva più delegare la pittura ai suoi cinque assistenti, tutti più esperti di lui nella tecnica dell’affresco e fatti chiamare direttamente da Firenze perché degli artisti romani non aveva grande considerazione.

Fatto bizzarro è infatti che il più grande tra i capolavori assoluti dell’affresco, circa cinquecento metri quadrati di volta più i pennacchi, le lunette e le vele, gremita da più di trecento figure di corpi virili in movimento, sia stato realizzato da chi era e si sentiva più di tutto uno scultore.

Uno scultore che sino ad allora aveva avuto poche occasioni di confrontarsi con la pittura, tranne che nel caso del Tondo Doni (1504-1506) – il primo dipinto attribuibile a Michelangelo – commissionato da Agnolo Doni, un mercante arricchitosi nella Firenze di inizio secolo. O nel caso dell’affresco sulla Battaglia di Cascina, mai ultimato, di cui abbiamo traccia solo in alcuni cartoni preparatori realizzati da Michelangelo. Opera che per un altro curioso caso della storia avrebbe dovuto essere realizzata, quasi come in una competizione agonistica a chi fosse il più grande genio dell’epoca, in contemporanea alla Battaglia di Anghiari, commissionata a Leonardo da Vinci per affrescare proprio la parete opposta a quella assegnata a Michelangelo. Nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio di Firenze, per volere del Gonfaloniere Pier Soderini.

.                         Battaglia di Cascina Michelangelo (1505-1506) copia del cartone di Aristotile da Sangallo

Michelangelo arrivò a Roma nel 1495, infatti, come scultore e ci arrivò per un fatto singolare, senza il quale da italiani, forse, non potremmo sentirci orgogliosi degli oltre ventimila visitatori al giorno che varcano l’ingresso della Cappella Sistina. Spesso colti nelle fotografie sul web con espressioni attonite o «Trasecolati e muti», come scrisse il Vasari a suo tempo per descrivere come ci si può sentire una volta mosso il primo passo oltre la soglia d’entrata della Cappella. 

Accadde che un nipote di Lorenzo il Magnifico, Lorenzo di Pierfrancesco, andato nell’atelier di Michelangelo per controllare l’avanzamento dei lavori su una statua di San Giovanni Battista che gli aveva commissionato, notò un’altra statua a cui Michelangelo stava lavorando nei tempi morti. Si trattava della statua di un cupido,  scolpito con le sembianze di un bambino di sette anni. Lorenzo di Pier Francesco disse subito  a  Michelangelo  che  quella  statua  avrebbe  potuto  essere  benissimo rivenduta a Roma per molti denari se  solo fosse  riuscito ad invecchiarla un po’ e dargli il più possibile l’aspetto di un  reperto archeologico. Nella Roma di fine 1400, infatti, il mercato delle antichità era florido e possedere opere d’arte del periodo classico era  ritenuto motivo di vanto e prestigio tra i cardinali e gli uomini più influenti della città, spesso prelati.

Così Michelangelo, un po’ per bisogno di denaro e un po’ per il gusto che gli dava l’idea di beffare il ricco o il potente di turno, accettò di prestarsi alla truffa. Ricopri il cupido di terriccio e trattò la statua col fuoco, in modo da creare sul marmo i giusti effetti di colore per farla sembrare scolpita molti secoli prima. A trovare il mercante ben inserito che avrebbe dovuto concludere la vendita dell’“antichità” a Roma ci avrebbe pensato Lorenzo di Pierfrancesco.

Ci fu però anche un altro motivo che spinse Michelangelo ad avventurarsi in questo raggiro: allontanare il più possibile il cupido da Firenze per salvarlo dal pericolo della sua distruzione. Michelangelo era fortemente attaccato alle sue opere, e confessò di rapportarsi spesso ad esse come se fossero un prolungamento del suo essere. Non avrebbe mai voluto che una sua statua fosse requisita e distrutta. E Firenze, attorno al 1494, non era per niente un posto sicuro per una statua pagana, per di più se scolpita senza nasconderne le nudità.

.                                  Statua di Girolamo da Savonarola – Piazza Savonarola – Ferrara

In quegli anni un frate domenicano, Girolamo da Savonarola, sermoneggiava nelle piazze di Firenze contro la corruzione del potere politico e dei Papi a Roma raccogliendo attorno a se orde di seguaci. Inneggiava al puritanesimo nei costumi e nella fede, così come nell’arte, dove tutto ciò che veniva ritenuto profano o diretto a infiammare i sensi piuttosto che a innalzare lo spirito rischiava di essere sequestrato da bande di fanatici che entravano di forza negli atelier e nelle botteghe degli artisti a rovistare in cerca di opere sacrileghe. Azioni che culminarono nel famoso divino falò delle vanità, in cui furono bruciate in piazza tante opere profane da far staccare invano ad un mercante veneziano, che assisteva in diretta alla scena, un assegno di ventimila fiorini d’oro per acquistarle in blocco e salvarle dalla loro tragica fine.

Così, da reperto archeologico, il cupido partì per Roma e poté salvarsi dalle razzie. Ma il camuffamento, seppur molto ingegnoso, non passò inosservato al suo acquirente che per sfortuna di Michelangelo, di antichità, era un intenditore. Era un potente uomo della Chiesa: il Cardinal Riario e volle conoscere l’autore di quel falso perché, nonostante l’inganno subito, trovò la statua di splendida fattura e riconobbe a prima vista il talento di chi l’aveva scolpita.

Così Michelangelo fu fatto chiamare a Roma e il cardinale Riario, una volta appurato che la truffa fu responsabilità principale del mercante, che furbescamente alzò il prezzo senza corrispondere quasi nulla a Michelangelo, diventò il suo primo mecenate romano. Un fatto bizzarro. Ma consentì a Michelangelo di iniziare a farsi conoscere e apprezzare per la sua impareggiabile scultura anche fuori dalla città di Firenze.

Da qui in poi la sua strada sarà tutta un’ascesa verso l’olimpo degli artisti eterni: scolpisce la famosissima pietà quattro anni dopo (1497-1499), appena ventiquattrenne. Nel 1501 inizia a lavorare al David che sino al 1873 si imporrà con la sua perfezione in Piazza della Signoria come simbolo della Repubblica Fiorentina. La sua bravura, così, non poté passare inosservata innanzi all’uomo più potente di Roma in quegli anni: il Papa.

Ritratto di Giulio II – Raffaello Sanzio – 1511, National Gallery, Londra

Papa Giulio II convocò Michelangelo nel 1505 per commissionargli la realizzazione del suo monumento funebre. Opera che l’artista pensò come colossale: un mausoleo composto da un complesso di quaranta statue. Il Papa voleva fosse collocato al centro della nuova Basilica di San Pietro, la cui costruzione sarebbe iniziata da lì a un anno sopra la vecchia basilica bizantina che fu fatta demolire. Il progetto e la realizzazione della nuova basilica furono affidati alla guida del primo architetto dello Stato Vaticano: “il Bramante”.

Michelangelo e Bramante nel 1505 sono dunque tutti e due contemporaneamente a Roma alle dipendenze di Papa Giulio II, ed è questa un altra singolare coincidenza della storia senza la quale oggi non potremo parlare dell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, perché, se Michelangelo fu incaricato di dipingere la volta della Sistina, fu anche “per colpa” del Bramante.

Il rapporto tra i due, stando a quanto scritto dal Vasari e dal Condivi – il primo storico dell’arte l’uno e il primo biografo di Michelangelo l’altro – o nelle memorie di Michelangelo, fu di forte inimicizia sino a raggiungere gli estremi dell’intimidazione e della violenza. E come spesso accade quando nello stesso tempo e nello stesso luogo s’incontrano due geni, la causa principale dell’inimicizia tra il Bramante e Michelangelo fu l’invidia.         

Il primo, vecchio, ormai alla fine della sua carriera, dopo aver dominato il ‘400 italiano con la sua architettura innovativa, corroso dall’invidia per l’altro, il talento puro, giovane e nei suoi anni migliori, l’esecutore perfetto, il portatore della modernità nel linguaggio estetico del primo rinascimento che dopo la sua influenza non fu più lo stesso e passò a una nuova fase evolutiva.

Bramante tentò in tutti i modi di far allontanare Michelangelo dalle grazie di Papa Giulio II, dal momento in cui seppe che questi gli commissionò la realizzazione del suo monumento funebre non ebbe pace. Cercò di metterlo in cattiva luce innanzi al Papa, gli parlò delle pratiche di vivisezione di cadaveri che Michelangelo per diverso tempo usò per studiare l’anatomia e le forme del corpo umano, pratiche per cui allora la pena corrisposta era l’esecuzione capitale.

Cercò di convincere Giulio II ad abbandonare la costruzione del suo monumento funebre perché costruirlo nel mentre che ancora era in vita avrebbe potuto portargli una cattiva sorte e perché, così come Michelangelo avrebbe voluto realizzarlo, sarebbe stato troppo grande per poter essere ospitato nella nuova Basilica di San Pietro di cui lui era l’orgoglioso ideatore.

Ma soprattutto Bramante volle agire su Michelangelo in prima persona: assoldò degli scagnozzi e lo fece pedinare nei suoi spostamenti in città con l’intento di intimorirlo, mettergli pressione e farlo allontanare da Roma. Durante uno degli appostamenti fuori dall’atelier in cui Michelangelo viveva, gli uomini si avventurarono in un aggressione ai danni del suo aiutante credendo si trattasse dell’artista. In seguito si spinsero sino ad irrompere nel suo laboratorio durante la sua assenza mettendolo vandalicamente a soqquadro, rovesciando per terra la sua attrezzatura e la mobilia con tutti i suoi schizzi e appunti di lavoro.

Creazione degli astri e delle piante- particolare- volta della Cappella Sistina- Michelangelo 1508-15012

Michelangelo è impaurito. Scrisse sui suoi diari di temere per la sua incolumità e per la sua vita. Si recò dal Papa per ottenere protezione, ma il Papa non lo ricevette per settimane e in più, senza preavviso e senza fornirgli alcuna spiegazione, gli tolse i fondi per continuare il lavoro al suo monumento funebre. Di lì a poco Giulio II lasciò la città. Si diresse a Bologna con l’esercito vaticano per fermare l’avanzata dei francesi che volevano impadronirsi del sud Italia e condurre all’esilio la famiglia al potere, i Bentivoglio.

A questo punto Michelangelo è lasciato solo, senza protezione e senza soldi. Così, il 18 aprile del 1506, di gran lena, decise di scappare da Roma. «S‘i’ stava a Roma penso che fussi fatta prima la sepoltura mia, che quella del papa», scrisse. Tornò a Firenze e riprese il lavoro lasciato in sospeso sulla battaglia di Cascina. Non volle tornare a Roma per due anni, per paura delle inimicizie che lì si erano sviluppate e per timore di una punizione del Papa per la sua fuga.

Tuttavia Giulio II richiamò più volte Michelangelo a Roma. Mandò invano cinque corrieri papali per dissuaderlo a tornare indietro, ma l’artista rifiutò. Non ottenendo alcun risultato rivolgendosi a Michelangelo in prima persona, il Papa decise di interpellare direttamente le autorità della Repubblica Fiorentina, caricando in questo modo di significato politico e di un rilevante peso diplomatico la vicenda della fuga da Roma e l’opposizione ai richiami da parte dello scultore. Giulio II scrisse ben tre volte al gonfaloniere della Repubblica Fiorentina Pier Soderini, finché fu questi, per evitare che la situazione degenerasse e riportasse alla luce vecchi scontri da poco acquietati tra Roma e Firenze, a far trovare Michelangelo e obbligarlo ad obbedire al Papa. È diventata celebre, a questo proposito, la frase che il gonfaloniere pronunciò in quell’occasione: «Noi non vogliamo per te far guerra col papa e metter lo Stato nostro a risico».

Michelangelo così, nella primavera del 1508, tornò a Roma. Giulio II aveva in mente per lui un nuovo progetto, sullo spunto datogli dal Bramante. Michelangelo era stato uno scultore sino ad allora, tranne qualche parentesi pittorica. Perché allora non metterlo in difficoltà commissionandogli di affrescare il soffitto della Cappella più estesa di San Pietro, costringendolo a confrontarsi con i più alti maestri del rinascimento che già ne avevano straordinariamente dipinto le pareti ? Il Bramante desiderava il fallimento di Michelangelo e Giulio II inconsciamente lo seguì. Anche perché riconosceva e apprezzava il talento di Michelangelo e, in realtà, erano già quattro anni che aveva intenzione di ammodernale la volta della Cappella per farne un opera colossale e unica: era giunto il momento di affrescare la volta della Cappella Sistina.

   Il peccato originale e la cacciata dal Paradiso- volta della Cappella Sistina-particolare, Michelangelo

Il 10 maggio del 1508 Michelangelo iniziò a lavorare sotto la volta della cappella. Non accettò l’incarico con gioia. Lui era uno scultore. Scolpire era quello che gli interessava. Non apprezzava come era stata fatta costruire la cappella, troppo squadrata e alta, per questo disse inizialmente al Papa di non voler dipingere il «granaio» fatto costruire dallo zio Sisto IV. Per di più Michelangelo non padroneggiava per niente la tecnica dell’affresco e tanto meno fu contento del soggetto che il suo committente gli assegnò per dipingere il soffitto: i dodici apostoli lungo tutto il perimetro della volta.

Michelangelo fece qualcosa di totalmente diverso e rivoluzionario. Disegnò lungo tutto il perimetro della volta uno spazio architettonico fatto di colonne statuarie, appoggiandosi alle linee già segnate dalle lunette, dai pennacchi e dalle vele del soffitto. Divise la copertura in nove riquadri e vi dipinse nove episodi del libro della Genesi:

(P.S.: CLICCA QUI per goderti la visione in 3D della Cappella Sistina)

  • separazione della luce dalle tenebre 

  • creazione degli astri e delle piante 

  • separazione della terra dalle acque 

  • la creazione di Adamo 

  • la creazione di Eva 

  • il peccato originale e la cacciata dal paradiso

  • il sacrificio di Noè 

  • il diluvio universale 

  • l’ebrezza di Noè 

Ai lati delle scene centrali, utilizzando l’architettura dipinta come sostegno per creare degli scranni marmorei, vi raffigurò seduti, spesso pensierosi e con libri e pergamene tra le mani, dodici Veggenti. Ovvero coloro che avrebbero anticipato agli uomini, con le loro previsioni, la venuta di Cristo, dei quali sei profeti dell’antico testamento e sei sibille, donne veggenti dell’antichità classica.

     Sibilla Delfica e profeta Geremia – Volta della Cappella  particolare

Riempì le vele e le lunette, situate alla sommità delle pareti laterali, appena sopra i finestroni e al ridosso della volta, con personaggi appartenenti alle quaranta generazioni degli antenati di Cristo, come citate nel Vangelo di Matteo

Lunetta di Iesse, Davide e Salomone – Cappella Sistina – particolare

Nei pennacchi angolari dipinse le scene rappresentanti quattro episodi biblici di violenza giustificata da Dio al fine di servire d’aiuto alla salvezza del popolo eletto: Giuditta che decapita Oloferne, la punizione di Aman, la vittoria di Davide su Golia e la storia del serpente d’oro forgiato da Mosè per salvare la sua gente nel deserto.

Il serpente di bronzo – volta della Cappella Sistina – particolare

Il resto della volta fu ricoperto da corpi nudi di uomini, donne e bambini, inseriti come a fare da cornice alle scene raffigurate, sino a raggiungere un numero totale di oltre trecento figure. A guardare la volta della Cappella Sistina è palese che il protagonista indiscusso dell’intera raffigurazione sia il corpo umano.

Michelangelo usò per tutta la sua carriera il corpo dell’uomo come suo linguaggio espressivo, sia nella scultura che nella pittura. Nella sua pittura non esiste il paesaggio: tutto ruota attorno al corpo umano.

Ma cosa ancora più rivoluzionaria è data dal continuo movimento che è in grado di imprimere alle figure che rappresenta, staccandosi di gran lunga dalla staticità e dalla rappresentazione delle figure in posa che ancora permeavano la pittura quattrocentesca. Michelangelo rompe gli schemi della composizione tardo rinascimentale. Alzare lo sguardo verso la volta della Cappella Sistina è come sentirsi sotto un muro di corpi mastrodontici – alcune figure raggiungono cinque metri d’altezza- che fluttuano e galleggiano roteando sopra la testa di chi guarda, come se fossero vivi.

Genialmente, durante il suo lavoro, riuscì persino a personalizzare e rivoluzionare la tecnica dell’affresco. Sino ad allora si utilizzava la tecnica dello spolvero, forando i cartoni preparatori lungo le linee dei disegni, posandoli sulla malta fresca appena stesa e percuotendo un sacchetto di tela riempito di carbone lungo le linee forate, in modo che la polvere di carbone lasciasse la sua traccia sull’intonaco attraverso i fori.

Lo scultore invece, dopo aver avuto dei problemi con l’intonaco nella fase iniziale del suo lavoro che lo costrinsero a cancellare la maggior parte della scena del diluvio universale e lo spinsero ad allontanare i suoi aiutanti, cambiò il modo di trasporre i suoi disegni dal cartone alla volta. Usò la tecnica detta dell’incisione indiretta, molto più veloce ma anche molto meno dettagliata nel modo in cui i disegni possono essere riportati sulla malta fresca. Il cartone non veniva forato ma messo direttamente sopra la malta fresca e poi semplicemente ripassato solo nelle linee fondamentali con una punta di ferro, in modo che queste restassero incise nell’intonaco. Due terzi della volta sarebbero stati dipinti con questo metodo che risulto più veloce e snello, ma di sicuro non altrettanto dettagliato nel modo di riprodurre il disegno, infatti tutto ciò che andava oltre le linee fondamentali sarebbe stato dipinto dall’artista senza riferimenti e di primo getto.

Michelangelo pagò con la sua salute la realizzazione di quest’opera che ha segnato un punto di svolta per la pittura ad affresco. La schiena, a furia di stare inarcata per affrescarne il soffitto, gli rimase curva per il resto della vita, si rovinò una gamba per una caduta sul ponteggio e perse per sempre la capacità di mettere a fuoco le figure che vedeva frontalmente: per poter leggere doveva portare i fogli verso l’alto, sopra la sua fronte, unica posizione in cui riusciva ancora a vedere con esattezza. Quasi come se, anche dopo il completamento dell’opera, continuasse a stare sotto la volta della Cappella Sistina.

Il 31 ottobre del 1512, quando ormai il ponteggio era stato smontato e Michelangelo diede l’ok per visionare l’opera, assieme a Papa Giulio II entrarono per primi anche il Bramante e Raffaello, e tutti e tre si accorsero di trovasi di fronte a qualcosa di nuovo, che l’umanità mai, prima di Michelangelo, era stara in grado di produrre. La storia tra Michelangelo e la Cappella Sistina però non finisce con questa data. Il genio vi tornò nel 1535 all’età di sessanta anni, per realizzare il Giudizio Universale. Ma questa è una storia che racconteremo in un’altro articolo (Link articolo).

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2018-07-05T20:49:30+02:00

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